Little Joe: recensione del fantascientifico film di Jessica Hausner in concorso a Cannes 2019

I fiori sono sempre al servizio di una buona metafora per la loro capacità di incantare omologando. L’oppio dei popoli, del resto, è una definizione che mantiene la sua capacità seduttiva da un bel po’ di tempo, ma in generale l’idea di una forma di bellezza naturale, capace di rendere tutti delle api operaie allineate come soldatine, tutte con la funzione di riprodurre qualcosa senza troppo porsi domande, stordite da un effluvio invisibile ma portentoso, è sempre efficace.

Lo deve aver pensato anche la regista austriaca Jessica Hausner che, nel suo esordio in lingua inglese, Little Joe, racconta la storia di una madre single, Alice, che lavora in una asettica e inquietante corporation, dove è a capo di un settore impegnato nella ricerca di piante innestate e ibridate in grado di suscitare reazioni ben poco vegetali. Una nuova specie in particolare è il vanto, suo e della Planthouse: un crisantemo particolare capace di unire una bellezza evidente a un più invisibile elisir terapeutico non da poco, che regala la possibilità, se curato nel modo giusto e coccolato con parole dolci, di rendere felice il proprietario che si riempie i polmoni con il suo profumo.

Un fiore che dovrebbe rimanere nel perimetro rigido della società, ma Alice viola questo protocollo, portando il simil virus a casa, facendone dono al figlio Joe, a occhio appena entrato nell’adolescenza. L’effetto è così dirompente che l’imberbe si affeziona, lo chiama affettuosamente Little Joe, il quale sembra sempre più coinvolto nel cambiamento di carattere di Joe, prima docile figlio di mamma, ora sempre più vittima di un mutamento della personalità, da non poter liquidare semplicemente come adolescenza.

Sono dinamiche da invasione (e fuga) degli ultracorpi che rimandano alla tradizione di un cinema virale fatto proprio da Cronenberg e molti altri, sospeso fra horror e fantascienza, in quel confine in cui la scienza sfocia in nuovi dèi pronti a creare dei nascenti Frankenstein. Una lobotomizzazione delle masse, per tornare all’oppio dei popoli di cui sopra. 

Non è così complesso ritrovare uno sguardo carico di tagliente ironia nei confronti della società degli antidepressivi di massa, in un film che è fin troppo schematico nell’esplicitare le sue non certo oscure metafore. Rimane una certa capacità seduttrice ipnotica, una cura formale ostentata e algida, accompagnata da una colonna sonora, non solo musicale, discreta eppure sempre presente. Oggetto ibrido, fra cinema d’autore e tentazioni di genere, Little Joe è un tentativo di innesto ardito, anche se non riuscito in pieno. Molto bravi gli interpreti, una Emily Beecham con frangetta e il suo assistente, da tempo innamorato di lei, il sempre convincente Ben Whishaw.

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