Dolor y gloria: recensione del film di Almodovar con Antonio Banderas e Penelope Cruz in concorso a Cannes 2019

Pedro Almodovar scandisce il trascorrere del tempo da una carriera intera. La fame di futuro degli anni ’80, con il suo cinema trasgressivo che rispondeva alla fine del franchismo con la Movida madrilena, accelerando ritmi e tempi per recuperare quanto perso negli anni della dittatura. I suoi ultimi film, invece, sono spesso rivolti al passato, alle radici di provincia delle donne con cui è cresciuto, alla sua mala educacion.
Dolor y gloria sembra uno di questi film, con le solite tematiche e un continuo corteggiare o respingere la nostalgia, qualche volta con compiacimento, come negli ultimi tentativi meno riusciti. Invece no, invece Dolor y gloria è diverso da tutti gli altri, così come è diverso il ruolo della musa di tanti film (con questo sono otto): Antonio Banderas

Passato attraverso la trasformazione del novello Frankenstein de La pelle che abito, da una decina d’anni ha cambiato letteralmente pelle, come spesso gli è capitato lo ha fatto davanti al suo pubblico, in un film che è anche una seduta di psicanalisi. Qui Banderas non è più oggetto degli sguardi del pubblico, ma è soggetto che pensa e agisce, diventando in maniera completa Almodovar stesso, in un percorso più vicino all’autofiction letteraria che al semplice autobiografismo.

Salvador Mallo, questo il suo nome, per la gioia di chi si diletta in anagrammi, è un regista stanco e provato dalla vita. Gli acciacchi – e la paura della malattia – sono gli unici compagni di una quotidianità da recluso in una casa in cui i colori accesi dell’arredamento sembrano soffocati da uno strato di depressione. Sono i colori di una vita precedente di eccessi e successi, ma anche di una serie di esperienze che lo tormentano, ora che ha tutto il tempo che vuole, sotto forma di sensi di colpa e ferite non suturate. Dopo alcuni lavori di indagine sul suo passato, tanto elaborati nella struttura quanto semplicistici nella realizzazione, Almodovar scarnifica la sua sceneggiatura sfrondando ogni orpello inutile, raggiungendo un grado di semplicità esemplare; un film di incontri, reali e onirici, con tre personaggi (e categorie) del suo passato, e della vita di ognuno di noi.

Si parte dalla madre, dalla vita nella provincia agricola spagnola degli anni ’60, nel soffocante clima del franchismo ormai penetrato in ogni settore; poi l’incontro con un attore, che non vede e con cui non parla da trent’anni, dopo la turbolenta realizzazione di un film che probabilmente è il suo capolavoro; per finire il primo amore, quello che ha sostituito lo smarrimento di crescere omosessuale in anni problematici con la passione e la scoperta della propria sessualità, una volta giunto nella grande città, a Madrid.
Almodovar gioca con auto ironia sul passato del suo alter ego, che ha evitato le droghe negli anni degli eccessi giovanili, salvo iniziare a farsi di eroina oggi, più per non pensare al corpo segnato da acciacchi e malattie. “I pettegolezzi invecchiano come le persone”, dice Salvador in cerca di rappacificazione con il suo attore in passato tanto odiato.

Ne viene fuori un bilancio esistenziale, per il regista ma anche per lo stesso Banderas, ormai alle spalle i ruoli da latin lover e recentemente colpito da un infarto. “Ti si vede in faccia che hai visto la morte da vicino”, gli ha detto Almodovar proponendogli questa nuova collaborazione. Dolor y gloria è un film sulla maturità, momento chiave di un percorso di elaborazione del proprio passato che lo porta a chiedere scusa, a chiudere i conti lasciati aperti. Niente nostalgia, ma tanta consapevolezza e accettazione, al punto da non voler cadere nell’errore di rincorrerlo, questo passato di gloria. Rimane il dolore, la consapevolezza della dipendenza forzata dalla scrittura, dal cinema, da quella fuga artistica in un altro mondo che gli ha permesso di diventare quello che è oggi.

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