La Llorona – Le lacrime del male, recensione dell’horror con Raymond Cruz

Llorona. Una parola strana per la nostra lingua, difficile da pronunciare (il risultato è una sorta di “jiorona” e indica qualcuno che piange copiosamente), che al suo interno nasconde storie e tradizioni secolari, sempre diverse. Durante la produzione del film il regista Michael Chaves ha intervistato decine di persone (soprattutto anziane) che hanno sentito le storie della Llorona con le loro orecchie e ogni volta le sfumature cambiavano, lasciando invariate soltanto le sensazioni di terrore, comuni a tutti.
Del resto non è difficile capire i motivi che generano spavento, quando si parla della signora protagonista de La Llorona – Le Lacrime del Male, nuovo prodotto New Line Cinema benedetto da James Wan in persona: di base, è una sposa come tante, una madre, dunque una persona comune, non uno spirito sovrannaturale, almeno all’inizio della sua leggenda.
È quando perde i suoi due figli che viene maledetta e costretta a vagare nel mondo in cerca di due “sostituti”, il pretesto perfetto per terrorizzare generazioni di bambini pestiferi in Messico come in Venezuela. Se fate i cattivi, infatti, la Llorona arriva a prendervi, a volte però basta anche meno. Molto meno.

Liberare il male

Siamo nel 1973 a Los Angeles, Anna è un’assistente sociale che ha perso il marito ma ha comunque due figli da accudire, dunque sa benissimo come spendere il suo tempo quando non è impegnata col lavoro. Un impiego difficile, complicato, che richiede sensibilità massima, poiché porta ad avere a che fare con famiglie complesse e bambini che spesso hanno bisogno di essere strappati dal nido e portati altrove, per il loro bene.
È proprio a casa di Patricia, una donna che tiene reclusi i due figli in un armadio, che la vita di Anna subisce uno scossone impossibile da dimenticare. I pargoli sono infatti tenuti al riparo dalla terrificante Llorona, che la loro liberazione scatenerà senza più freni, mettendo anche i figli innocenti dell’assistente sociale in estremo pericolo.
Diventeranno obbiettivi dell’assetata dama in bianco – almeno nel vestito, poiché la sua pelle è ormai nera e marcia, insieme a occhi spiritati e un urlo acuto capace di raggelare il sangue.

Non scostate la tenda

Nelle premesse, La Llorona – Le lacrime del male aveva davvero tutte le carte in regola per colpire a dovere il pubblico appassionato di horror, Michael Chaves inoltre è bravo a dirigere la macchina da presa e costruire atmosfere affascinanti, aiutato dal dop Michael Burgess in stato di grazia – per l’ottimo operatore di macchina, che ha lavorato al cinecomic Aquaman, a Logan – The Wolverine, a The Conjuring – Il caso Enfield, si può parlare di una “promozione” davvero meritata.
Ciò che manca al racconto è però una solidità di fondo, con una Llorona sì spaventosa ma mai davvero incisiva. Sembra danzare e giocare con i suoi bersagli senza però andare mai a fondo, supportando così uno spirito politically correct dell’operazione (almeno nei confronti della famiglia protagonista) che alla lunga stanca.
Lo strumento a cui Chaves ricorre con maggiore frequenza è il sempre divertente jump-scare, che in operazioni simili ha però fatto il suo tempo e riesce a spaventare giusto una frazione di secondo, non di più, quando invece costruendo un sottotesto psicologico si poteva terrorizzare il pubblico seduto in poltrona in maniera più efficace. Il nuovo lavoro New Line Cinema appare così come un divertissement di poco spessore, incastonato nell’universo The Conjuring giusto per le buone atmosfere e qualche dettaglio narrativo, oltre al personaggio di Padre Perez che abbiamo già incontrato in altre avventure (Annabelle).

A caratterizzare un minimo La Llorona ci pensano le sfumature sudamericane, fra tradizione e leggenda, con la figura del Curandero Rafael Olvera che irrompe sulla scena nella seconda metà del film. La protagonista Linda Cardellini, sempre bella e calata nella parte, viene affiancata da una figura che gli amanti di Breaking Bad conoscono molto bene: Raymond Cruz, volto del trafficante Tuco nella serie cult di Vince Gilligan.
Siamo abituati a vederlo con gli occhi iniettati di follia ed è davvero difficile inquadrarlo in un ruolo positivo. L’esperienza del suo personaggio deve aiutare la famiglia di Anna a rimanere al sicuro (ed eventualmente sconfiggere) la perfida Llorona, il talento di Cruz però non basta a dare adeguata profondità all’ex parroco, che finisce per essere una figura di contorno o quasi – anche se è bello rivedere il vecchio Tuco su schermo.

La dama in bianco

Lo script tenta, arrivato a un determinato punto del racconto, anche di inserire una sorta di morale fra una sequenza e un’altra, con i più violenti istinti vendicativi della “spiritata” e rancorosa Patricia che lasciano il passo al perdono e alla redenzione. Il tutto mentre la Llorona tenta l’impossibile (o quasi) per prendersi i figli di Anna schivando le protezioni del Curandero Olvera.
Da questo momento in poi risulta davvero difficile credere a ciò che si vede su schermo, fra semi magici di un fantomatico albero ancestrale del 1600, croci che diventano pugnali dell’invisibile e lacrime purificatrici. Tutti dettagli che portano il film, come detto in precedenza, nella dimensione del divertissement, adatto soprattutto a un pubblico giovanissimo che desidera passare 93 minuti (titoli di coda compresi) senza pensieri, fra uno jump-scare e un altro.

La durata estremamente compatta è certamente un punto a favore della produzione, che evita così tempi morti o eccessivamente dilatati, montando il tutto con un ritmo adeguato all’intrattenimento a cui aspira. Come prevedibile, è abbondante l’uso che si fa della CGI e degli effetti visivi, più che sufficienti per la maggior parte della visione, con qualche sparuto calo di qualità in più punti.

Il trucco più ricorrente è mostrare la Llorona negli specchi, al di là di una tenda quando questa – per un motivo o per un altro – si sposta, l’elemento più presente nel film è però il vento, spaventoso al punto giusto e anche estremamente economico da ricreare, l’espediente perfetto per produzioni che vogliono spendere poco e incassare tanto, massimizzando gli investimenti.
Al di là dell’aspetto commerciale, comunque pronunciato come in qualsiasi produzione del filone di riferimento, la Llorona ha certamente un pregio ineluttabile: la leggenda della dama in bianco è davvero suggestiva e a fine visione non si vuole fare altro se non approfondire, saperne di più, poiché in grado di catapultarci in un mondo (quello sudamericano) molto lontano da noi, impregnato di miti, leggende e tradizioni. Parliamo dunque di un film che stuzzica la curiosità, un dettaglio non da poco, affatto scontato.

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