American Gods 2×06, la recensione: Thor tra le lacrime di Odino

La recensione di American Gods 2×06: intimo e allegorico, Donar the Great ci regala una bella digressione che indaga tra vecchi dolori di Odino.

RECENSIONE di 24 minuti fa
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American Gods: una scena con Ian McShan dell’episodio Donar the Great

Alla quiete preferiamo la tempesta. Soprattutto se parliamo di dei del tuono e tormenti norreni. Così, dopo la brusca battuta d’arresto della scorsa settimana, questa recensione di American Gods 2×06 prende atto di un piacevole fuori programma offerto da uno show imprevedibile e anarchico come pochi. Una deviazione spiazzante che ci catapulta nella tempesta emotiva di un dio finora sempre imperturbabile, sornione, sempre in assoluto controllo della situazione. A tre episodi dal termine della seconda stagione, American Gods decide di tralasciare quasi completamente la fondamentale guerra tra Nuovi e Antichi dei (che assomiglia sempre più a un pretesto per parlare di altro) per dedicarsi a un’intima digressione che fa luce su un dolente segreto di Odino.

Un Odino che finalmente si sveste dei goliardici panni del compiaciuto istrione per trasformarsi in padre pentito, amareggiato e malinconico. Un uomo che finalmente passa da abile burattinaio a fragile marionetta mossa dai suoi stessi rimorsi. Se lo scorso episodio ci aveva deluso, questo Donar the Great ci mette davanti a tutta la potenza allegorica di una serie affascinante, capace di far convivere a meraviglia antichi miti e icone contemporanee. Ed è così che, nell’America odierna, un artefatto di valore assume le fattezze mitiche di una giacca indossata da Lou Reed e sfiorata da David Bowie. È così che i nani non vivono più nelle miniere, ma lavorano nel bel mezzo dei templi del consumismo: i centri commerciali.

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American Gods: Ricky Whittle e Ian McShane in una scena dell’episodio Donar the Great

Qui Odino intende far incidere preziose rune sulla sua antica lancia Gungnir. Sembra questo l’unico modo per porre fine alla guerra contro Mr. World che, coerente con la sua natura postmoderna, ha in una diretta streaming il suo asso nella manica. Come detto, però, l’aspro dissidio tra divinità questa volta è messo da parte, perché American Gods si tuffa nella ferita di Odino, colpevole di aver spinto nell’oblio quel figlio scintillante di nome Thor. Sarà, inevitabilmente, tempesta.

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American Gods: Derek Theler in una scena dell’episodio Donar the Great

Sovvertire regole, stupire, andare controcorrente con fierezza. American Gods è soprattutto questo, ovvero la totale assenza di prevedibilità e rispetto degli schemi narrativi classici. Un merito che, per alcuni, potrebbe persino essere il suo più grande difetto. Come sapete da ormai due anni, noi ci siamo schierati dalla parte dei fedeli, ammaliati da uno show che sul finire di una stagione in cui ci era stata promessa guerra, decide di mettere in scena un lungo flashback dal prologo straniante. Balletti, numeri da cabaret, lustrini: siamo immersi nell’America degli anni Trenta, Odino gestisce uno strip club in cui si esibisce anche suo figlio Donar (antico nome tedesco di Thor), che sogna una vita lontana da tutto e tutti con la sua amata Columbia. Donar stupisce il pubblico con la sua bellezza da adone e la sua forza sovrumana, ma un dio ambizioso come Odino non si accontenta certo di qualche applauso.

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American Gods: Ian McShane nell’episodio Donar the Great

Ed è qui che arriva la macchia indelebile che sporcherà per sempre la coscienza di Mr. Wednesday: vendere il figlio al nazismo. Sì, perché, gli echi nazisti arrivano presto anche negli States dove un ufficiale nazista ingaggia Thor come perfetto testimonial per i promotori della razza ariana. Bello, forte, bianco, biondo (ripulito da barba e lunghi capelli da selvaggio), il dio del tuono incarna il perfetto veicolo della propaganda nazista. Proprio come successo a Capitan America, strumentalizzato dagli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, anche Donar rimane invischiato nei torbidi meccanismi delle macchine del consenso. Un consenso che Odino bramava a ogni costo. Un costo pagato solo da un Thor arrivato a suicidarsi quando ha capito di essere stato tradito da un padre per cui la gloria del figlio prescindeva dalla fede dei suoi “sudditi”.

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American Gods: Ian McShane e Ricky Whittle in una scena dell’episodio Donar the Great

Ian McShane è un attore che non si discute. Carisma, charme e classe al servizio di un interprete che diventa sempre il re del palcoscenico anche in una serie tv. Però, va detto che negli ultimi episodi, gli autori lo avevano incastrato dentro uno stereotipo un po’ troppo ripetitivo da cui scaturiva un Mr. Wednesday troppo compiaciuto del suo istrionismo. Sorrisini, battutine e sarcasmo spesso scagliato contro il povero Shadow Moon di turno, e un modo di fare così troppo sardonico da diventare stucchevole. Consci di questa brutta piega presa dal grande deus ex machina di American Gods, gli sceneggiatori hanno deciso (finalmente) di mettere in un angolo Odino per mostrarcelo sotto una luce inedita.

Puro ossigeno per il personaggio di McShane, Donar the Great ci restituisce un uomo senza la solita corazza, privo della familiare superiorità che lo ha sempre elevato al di sopra degli altri. Per una volta i ruoli sono ribaltati, con Shadow che lo mette alle strette e cerca di sondare il buco nero nell’occhio vitreo del vecchio dio norreno. Ecco, grazie a questa inaspettata digressione nell’intimità di Odino, American Gods ci ha condotto lunga una strada inedita, una bella deviazione sul suo racconto on the road. Adesso sappiamo che dietro quell’atteggiamento saccente di Mr. Wednesday si nasconde un padre che forse in Shadow Moon rivede il figlio perduto. Un padre che vede nella luna un po’ di quei fulmini che non hai mai smesso di amare.

Conclusioni

Scriviamo questa recensione di American Gods 2×06 tirando un profondo sospiro di sollievo. Dopo un episodio alquanto deludente, la serie ci ha sorpreso con un’inaspettata digressione nel passato segreto di Odino. Finalmente la maschera di sardonico istrione cade per lasciare spazio a un padre ferito dopo aver profondamente deluso suo figlio Thor. Facendo il pieno di coraggio, American Gods rischia: tralascia la guerra tra Nuovi e Antichi dei per mostrare il meglio di sé imboccando una via diversa dal solito.

Movieplayer.it

4.0/5

Perché ci piace

  • L’azzardo (premiato) di approfondire il passato di Odino trascurando la guerra tra divinità.
  • Le allegorie sempre affascinanti e mai banali di uno show unico.
  • Finalmente vediamo Ian McShane sotto una luce inedita.

Cosa non va

  • A due episodi dalla fine, crediamo che la seconda stagione abbia tergiversato troppo, ma siamo pronti a ricrederci.

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