Il Campione: recensione del film con Andrea Carpenzano e Stefano Accorsi ambientato nel mondo del calcio

“Te sei ripulito”. Un’accusa gravissima, per l’onore di Christian Ferro, che viene dal quartiere popolare del Trullo ma che oramai guadagna 3 milioni l’anno (senza contare i bonus e tutto l’indotto che arriva da pubblicità e sponsorizzazioni) perché è il campione dell‘AS Roma, e di questo film. Uno che ha il talento e i piedi di un Totti o di un Cristiano Ronaldo, ma anche la testa di un Cassano o di un Balotelli, per capire il tipo.
E allora quando uno dei suoi amici d’infanzia – uno di quelli che continuano a seguirlo per sfruttarlo come parassiti – gli rivolge quelle parole, in un costosissimo negozio di un centro commerciale della Capitale, per Christian Ferro non resta che una cosa da fare: dimostrare che non s’è per niente ripulito, che è ancora quello di una volta, scappando via con migliaia di euro in capi firmati in braccio, per poi farsi beccare.
L’ennesima bravata, la proverbiale goccia, la spinta che causerà l’effetto domino di tutte le vicende del film.
Perché sarà allora che il presidente della Roma deciderà di usare le maniere forti col ragazzo: la testa a posto o la tribuna, dove per testa a posto s’intende anche lo studio, e la maturità; da prendere e da raggiungere.
E allora ecco arrivare in campo anche lo stazzonato professore – con tanto di Multipla scassata e trauma nel passato – che si dovrà prendere questa bella gatta da pelare a 4000 euro al mese, e che a questo ragazzo solo e sfruttato da tutti, anche da un padre redivivo e truffaldino, di affezionerà tantissimo, e mica per i soldi.
Un professore che – ironia della sorte, o del copione – oltre a insegnargli la storia e tutto il resto, e anche la vita, dovrà far capire a CR24 che sì, lui è davvero sempre il ragazzo di una volta, quello del Trullo e di una madre morta troppo presto, e di una nuova, possibile fidanzata che non si lascia mica abbagliare dai soldi, dalla villa con piscina, dalla Lamborghini o dai ristoranti stellati.

Ce l’abbiamo avuto davanti per anni, un film come Il Campione, ma nessuno era stato in grado di vederlo. Nessuno prima di quelli che ora l’hanno portato al cinema, dal regista Leonardo D’Agostini ai produttori Matteo Rovere (ve lo ricordate Veloce come il vento?) e Sydney Sibilia, passando per Giulia Steigerwalt e Antonella Lattanzi alla scrittura: un gruppo di lavoro cui va riconosciuta la capacità e la determinazione di pensare e mettere assieme quel tipo di operazione produttiva che manca e che serve al nostro cinema commerciale: centrata, furba quanto basta, stereotipata magari ma non troppo, capace di sfruttare la realtà del nostro paese per raccontare una storia personale e universale, e di lavorare coi sentimenti così come con lo spettacolo.
Certo, proprio perché lo abbiamo avuto davanti così a lungo, e perché l’intuizione di concretizzarlo è stata un uovo di Colombo, e perché comunque certe dinamiche narrative sono a volte tra l’ovvio e l’obbligato, il prezzo da pagare è un pelo di meccanicismo di troppo nel racconto. Ma va anche detto che qualche svolta non dico a sorpresa, ma almeno non obbligata, arriva lo stesso, e che nel finale c’è anche il coraggio dell’agrodolce, che non era affatto scontato.
E se D’Agostini sconta qualche titubanza nelle poche scene il cui in calcio non è parlato, ma giocato davvero, i peccati sono veniali, e vengono ampiamente dimenticati grazie alla gestione intelligente dei ritmi e dei toni, e degli attori, quando l’attenzione è sulla storia e sui personaggi.

Ecco, i personaggi. Il campione e il professore. Loro, prima di tutti, prima delle figure femminili che pure sono importanti, quelle presenti e quelle assenti; prima della corte dei miracoli che ruota attorno a Ferro, e al mondo del pallone, tra procuratori, direttori sportivi, allenatori e altro. Loro: Carpenzano e Accorsi.
Andrea Carpenzano, che un fenomeno lo è davvero. Un vero campione. Senza di lui Christian Ferro non sarebbe stato lo stesso personaggio, non avrebbe avuto quel mix esplosivo tra arroganza e malinconia che stava sì nel copione, ma che poi deve prendere vita: e che vita.
Poche parole, quelle di Carpenzano, ma potenti e ficcanti, spesso esilaranti negli scambi in romanesco col professore di Stefano Accorsi, che dal canto suo ha l‘intelligenza di mettersi completamente al servizio del giovane collega, di fargli da spalla come necessario senza mai una volta alzare i toni per far valere il curriculum, e che anzi anche lui è capace di silenzio, e di fare pure un passo indietro quando è necessario. Come il suo personaggio.
Ma c’è poco da fare: prima che di tutti gli altri, Il Campione è un film di Carpenzano, che illumina le scene con giocate di pura classe, e con una naturalezza e una sicurezza francamente inusuali per un ragazzo così giovane.
Allora sì, il calcio, la ricostruzione del dietro le quinte e delle dinamiche di quello che più che uno sport è un business, e la vita solitaria e sotto i riflettori del Campione, che non può nemmeno prendere una cosa in pace al bar, o mangiare un panino da uno zozzone per strada senza essere inseguito dai fan. Tutto questo sì, ma prima di tutto un ragazzo, i suoi sentimenti, la sua testa. Che impara a usare come si deve dentro e fuori dal campo.

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