Le serie tv durano troppo?

Evangeline Lilly, Naveen Andrews, Ian Somerhalder e Maggie Grace nel Pilot di Lost

Amore è… non dover mai dire “non ho finito di vedere una serie“. È così: nella Golden Age delle serie tv capita di dover fare anche questo. Perché, se vent’anni fa queste scelte non ci si ponevano nemmeno, e i nostri telefilm preferiti erano così pochi che ce li tenevamo stretti, e ci vedevamo anche le repliche (o registravamo le puntate in cassetta), oggi è cambiato tutto. Se solo fino a sei-sette anni fa le serie cult erano una o due all’anno, oggi sono una o due… alla settimana.

Oggi le serie sono eventi artistici, fenomeni di costume e, ne vogliamo vedere tantissime. Le app con cui accediamo alle nostre piattaforme di fiducia sono prodighe di consigli, le nostre “liste” sono piene di cose da vedere, e una delle prime cose che ci chiediamo nel momento di scegliere è: quanto dura? Nell’era in cui per seguire le serie occorre anche farsi dei file per ricordarsi cosa vedere e cosa si è visto, anche la concisione può essere un punto a favore per una serie. Nel momento in cui affrontiamo una serie nuova, guardiamo anche quante puntate ha una stagione e quanto durano. Ma il discorso riguarda soprattutto la durata di una serie nel tempo, la scelta di quante stagioni deve avere. Affrontare una serie che non si è seguita dall’inizio, se ha cinque o sei stagioni, fa un po’ paura. E, se la si è seguita dal primo episodio, andare avanti per tante stagioni può creare dipendenza, ma anche stanchezza e abbandono.

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Il caso Lost

Dominic Monaghan con Evangeline Lilly e Ian Somerhalder nell'episodio 'Il coniglio bianco' di Lost

Quando si parla della durata delle serie, si pensa subito al primo “caso di scuola”, nel mondo delle serie. Quando si parla di Lost, la serie creata da J.J. Abrams e Damon Lindelof, la maggioranza, se non l’unanimità, è concorde nel dire che è la serie che ha cambiato il modo di fare serialità e il nostro rapporto con essa. Ci si divide molto, invece, sul fatto che la serie abbia mantenuto le promesse e che abbia tenuto costanti gli standard altissimi delle prime stagioni. Le prime tre stagioni sono state perfette per ritmo e intensità, la quarta e la quinta hanno aggiunto altri elementi che però risultavano meno interessanti. La sesta, e ultima, stagione, ha risentito positivamente dell’avvicinarsi al finale, e quindi ha iniziato a dare alcune, ma non tutte, le risposte che aspettavamo. Il produttore Carlton Cuse avrebbe voluto definire meglio, e da subito, la durata della serie, e chiudere con l’episodio 100, alla quinta stagione: il famoso sciopero degli sceneggiatori, tra la quarta e la quinta stagione, ha complicato i piani, e così si è arrivati alla sesta. Il successo della serie deve aver colto di sorpresa i due autori di Lost, che hanno ammesso di aver fatto ricorso a stratagemmi per rallentare la storyline. “Abbiamo fatto 121 ore di Lost, tra cui 15-20 sotto la media e al limite della stronzata” hanno raccontato. “Sarebbe bello far finta che certi episodi non siano mai andati in onda, ma a volte l’errore, la cosa che non funziona è proprio quella che entra a far parte della mitologia di una serie“. Probabilmente, in tre o quattro stagioni, la storia di Lost sarebbe stata più concisa e più intensa.

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24: Live Another Day, Kiefer Sutherland con Mary Lynn Rajskub in un'immagine

24: alzare continuamente l’asticella

Kiefer Sutherland ed Annie Wersching in una scena dell'episodio Day 8: 7:00 p.m.-8:00 p.m. di 24

24, un’altra serie che ha cambiato la tv negli anni Duemila, ha un’impronta molto diversa: essendo ogni stagione un racconto di 24 ore consecutive nella vita di una persona è, in teoria, autoconclusiva: il protagonista sventa l’attentato, a costo di grandi dolori e lutti personali, e la storia finisce lì. Il successo ha fatto sì che per otto stagioni, più una nona un po’ di tempo dopo, la serie venisse rinnovata: si trattava ogni volta di alzare il tiro, di chiedere sempre di più alla vita professionale e personale del povero Jack Bauer. Come in un videogame, a ogni livello la difficoltà è maggiore. A ogni stagione nemici più subdoli e pericolosi, più persone in pericolo, più morti, più problemi nella vita affettiva, privata, e nei diritti civili del protagonista. 24 ha avuto uno stop, tra la sesta e la settima stagione, colmato dal film di due ore 24: Redemption, piuttosto trascurabile ma utile a introdurre gli scenari della stagione 7, forse la più originale, con Bauer costretto ad agire senza la sua abituale sezione antiterrorismo. La stagione 8, a New York, riusciva ancora ad emozionare, e 24 probabilmente si è conclusa al momento giusto, quando non si poteva più andare oltre. La successiva 24: Live Another Day, solo 12 puntate ambientate a Londra, e lo spin-off 24: Legacy, non sono stati qualcosa di imperdibile.

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House Of Cards: fuori tempo massimo

House of Cards: Kevin Spacey interpreta Francis Underwood

Il punto è che, se si calibra una storia su un numero definito di stagioni, la si può organizzare con un inizio e una fine, e uno sviluppo costante: come quando si scrive la sceneggiatura di un film, e si ha in mente come arrivare al finale. Solo che è qualcosa che dura più a lungo. Spesso invece, le nuove stagioni vengono confermate stagione per stagione, visti gli ascolti della precedente. E così avvengono chiusure dolorose (Sense8, dopo la seconda stagione, Vinyl e Roadies, dopo la prima). Oppure capita che tirando troppo la corda si arrivi fuori tempo massimo. Di House of Cards tutti lodano unanimemente le prime due stagioni, shakespeariane e machiavelliche, in cui il protagonista Frank Underwood tramava nell’oscurità. Il suo venire allo scoperto, la mancanza di avversari veramente alla sua altezza, la difficoltà a stare dietro a una realtà che superava la fantasia, come l’avvento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, ha fatto sì che le stagioni seguenti non fossero all’altezza. Una serie dalla durata contenuta – ad esempio tre stagioni – avrebbe permesso di evitare gli imprevisti, anzi il grande imprevisto: le accuse a Kevin Spacey e il suo allontanamento dal set. Così si è arrivati alla sesta stagione senza il suo grande protagonista, il convitato di pietra. E House Of Cards è diventato qualcos’altro, in pratica il suo spin-off. Abbiamo paura, ma non vogliamo dirlo, che arrivi fuori tempo massimo anche Stranger Things. La terza stagione è in arrivo. Ma se, alla quarta, i giovani protagonisti saranno cresciuti troppo?

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The Handmaid's Tale: una foto della seconda stagione

Westworld e The Handmaid’s Tale: i temporeggiatori

Westworld: un'immagine della serie della HBO

Quinto Fabio Massimo, personaggio della storia romana, era detto il temporeggiatore: la sua tattica era l’attesa, quella delle condizioni migliori per colpire. Ci sembra che siano dei temporeggiatori anche i creatori di The Handmaid’s Tale e Westworld, di gran lunga due degli show più intriganti e intelligenti della serialità recente. Le due serie hanno avuto uno sviluppo simile: una prima stagione perfetta, con un inizio, uno sviluppo costante e un punto di arrivo logico, un crescendo continuo di avvenimenti ed emozioni che corrispondeva alla crescita della consapevolezza nei protagonisti, il formarsi in loro di una coscienza di sé. Nelle seconde stagioni, la storia sembra prendere tempo: l’allargarsi a più mondi, e a più tempi, di Westworld, il continuo andirivieni dei personaggi; la continua fuga, e ritorno al punto di partenza, della protagonista di The Handmaid’s Tale sembrano il voler prendere tempo per raccontare la stessa storia, ma diluendola in molte più puntate. Solitamente le cose funzionano così: la prima stagione è quella in cui ci si gioca tutto, e, una volta confermata la serie, è probabile che venga orchestrata in molte stagioni. E quindi si tende, diciamo, ad ampliare il respiro del racconto. Con il rischio, però, di girare a tratti a vuoto, o di reiterare più volte lo stesso schema narrativo.

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Maniac: ballare per una sola stagione

Maniac: una foto della nuova serie Netflix

Non vorremmo, insomma, che due storie bellissime venissero annacquate. Che poi, pur essendo aperte alla continuazione, le prime stagioni di Westworld e The Handmaid’s Tale avrebbero potuto essere anche autoconclusive. Lo è stata sicuramente Maniac, la serie di Cary Fukunaga, caso unico sia per il suo stile che per la durata. Diedi episodi, e una stagione sola, pensata così fin dall’inizio. I personaggi hanno delle patologie da curare, dei problemi da risolvere, fanno un percorso e hanno un loro punto d’arrivo. Maniac è una serie perfetta così, e non ha senso continuarla. Ci sembrava un unicum anche la serie cult The O.A., perché il finale della prima stagione ci sembrava il compimento perfetto della storia. Ma la seconda stagione è pronta, partirà su Netflix il 22 marzo. E l’attesa per la direzione in cui andrà è altissima.

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Kidding: l’arte della concisione

Kidding 13

Proprio mentre stavamo dicendo che la serie Maniac è gondriesca, abbiamo appreso che Michel Gondry aveva creato la sua serie, con Jim Carrey come protagonista. Kidding è un’altra serie unica, che, grazie al fatto si usare il formato delle serie comedy, ha puntate dalla durata brevissima, circa 30 minuti, perfetta per il mondo che racconta. Otto puntate ne fanno un prodotto di 4 ore in tutto, estremamente fruibile, oltre che artisticamente elevato. La prima stagione poteva essere autoconclusiva. Ma la seconda stagione ci sarà.

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Twin Peaks 3: Kyle MacLachlan nella Black Lodge

I segreti di Twin Peaks: fuori da ogni schema, ovviamente.

I segreti di Twin Peaks: Sherilyn Fenn danza al roadhouse

La madre di ogni cancellazione, gira che ti gira, è quella. Ci è dispiaciuto che abbiano cancellato Vinyl, e anche l’ottimo The First, che non avrà una seconda stagione. Ma la prima delusione, inattesa, ingiusta, non si scorda mai. Ci siamo rimasti tutti sotto, venticinque anni fa, quando abbiamo capito – e non subito, come accade oggi – che I segreti di Twin Peaks si sarebbe concluso con la seconda stagione, e con quel Daley Cooper davanti allo specchio con gli occhi verdi di Bob. Come sapete, David Lynch non voleva svelare l’assassino di Laura Palmer fino alla fine della seconda stagione, ma la produzione insistette: così la seconda parte della seconda stagione, con Lynch che si disinteressò al progetto, prese altre strade. Gli ascolti calarono e la storia sembrò finire lì. Ma i gufi non sono quello che sembrano. David Lynch non fa cose convenzionali e così ecco il caso unico di una terza stagione, inattesa, sorprendente, che arriva a 25 anni dalle prime due. Ed è unico anche il modo in cui sono pensate le puntate della stagione: non sono 18 puntate, con la classica struttura del cliffhanger alla fine di ognuna, ma è un film in 18 parti. No, in questo caso non possiamo dire che è una serie che è durata troppo. E possiamo dire che la storia è finita qui. Anche se con Lynch non si sa mai. E voi che ne dite? Qual è la serie che secondo voi è durata troppo? E quale quella che è durata troppo poco, o che vorreste non finisse mai?

Cinecittà World
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