Il lato oscuro delle fiabe/1 : il rapporto tra Tim Burton e la Disney

Se sei un ragazzino americano e nasci a pochi chilometri da Hollywood, puoi crescere con due sogni: o vivi tanto vicino all’Osservatorio Griffith, da voler diventare un astronauta, o essere talmente affascinato dalle mura di Buena Vista Street da voler entrare nel mondo del cinema per toccare con mano la vera magia Disney. Timothy Walter Burton, nato a Burbank, non riusciva a togliersi dalla testa quel desiderio di cinema, così quando vinse la borsa di studio per la California Institute of the Arts (Cal Arts) ed entrò nel programma di formazione per animatori Disney, sentì di aver piantato la prima staffa su quelle mura.
A pochi giorni dall’uscita in sala (28 marzo 2019) dell’attesissimo nuovo remake live-action targato Disney, Dumbo, ripercorriamo quella che è stata una delle relazioni professionali più burrascose della storia del cinema industriale contemporaneo: il rapporto tra “la fabbrica dei sogni”, che ha incantato i bambini di tutto il mondo con le sue favole animate, e uno dei registi più visionari dei nostri tempi, ammiratore di Vincent Price, Mario Bava ed Edgar Allan Poe, scoprendo quanto possa essere affascinante il lato oscuro delle fiabe.

“Quelle graziose bestioline ammiccanti”

Alla fine degli anni Settanta, uno dei modi per farsi vedere da “quelli” delle major era vincere la piccola competizione organizzata ogni anno a fine corso dalla Cal Arts. Timothy, come si dice, era “con l’acqua alla gola”: la scuola era molto costosa e non era certo di ricevere una borsa di studio anche l’anno successivo. Vedeva i concorrenti molto più abili di lui, con progetti più elaborati e complessi. Timothy presentò Stalk of the Celery Monster: “Era davvero stupido…” commenta anni dopo dalle pagine dell’autobiografia Burton on Burton “…ma fui scelto” .
Ben presto il giovane Burton capirà quanto sia grande il diaframma che divide il sogno dalla realtà: “Disney ed io eravamo un brutto mix“.
Il primo film su cui lavorò fu Red e Toby – Nemiciamici: immaginate il ragazzo di Burbank, quello che amava passeggiare per cimiteri, cresciuto a pane e Hammer; immaginate questo ragazzo alle prese con le movenze tenere e sensuali di Vixey la volpina: “Era una tortura, dovevo disegnare tutte le scene con le graziose bestioline ammiccanti. Semplicemente non ci riuscivo.
La produzione di Red e Toby durò tre anni, durante i quali Burton attraversò una forte crisi emotiva che lo portava a strani comportamenti: dormiva seduto alla sua scrivania con la matita in mano, spesso veniva trovato all’interno di un armadio, oppure lo vedevano salire in cima alla scrivania o nascondersi sotto di essa. Visto il cattivo lavoro che faceva con i personaggi, venne spostato a disegnare i fondali e dopo un breve periodo fu allontanato dal progetto.

La Disney, però, non volendo rinunciare al suo talento creativo, gli affidò un nuovo ruolo: la società stava attraversando un periodo di transizione e i vecchi animatori (i Nine Old Man) avevano ormai appeso la matita al chiodo e la nuova generazione aveva inanellato una serie di flop: “Fui assunto come ‘concept artist’ per Taron e la pentola magica, ed era grandioso perché per interi mesi non dovevo fare altro che stare seduto in una stanza e disegnare qualsiasi creatura volessi”.
Durante il suo lavoro per Taron e la pentola magica, i disegni di Burton fecero colpo su due dirigenti dello studio: Julie Hickson, produttore esecutivo, e Tom Wilhite, capo dello Sviluppo Creativo. I due capirono che il talento di Tim Burton non era proprio in linea con il modello Disney ma c’era qualcosa che doveva essere coltivato. Nel 1982, raccolti circa 60.000 $, venne prodotto il primo film (cortometraggio) Disney a firma Tim Burton: Vincent.

“Ricordo le urla dei bambini”

Girato in bianco e nero, con un forte richiamo allo stile del cinema espressionista, Vincent contiene tutti quei miti che ispirarono Burton fin dall’infanzia: Vincent Price, Edgar Allan Poe, la vita banale e piatta della periferia, elementi che attraverseranno tutta la sua carriera.
Il cortometraggio fu accolto positivamente dalla critica, riuscendo ad aggiudicarsi ampi riconoscimenti a festival prestigiosi. La Disney apprezzò molto il film e iniziò a riconoscere il talento di Tim.
Nonostante questo: “Alla Disney piaceva Vincent ma non sapevano cosa farsene. Era tipo ‘Di cosa dovremmo preoccuparci oggi, di questo cortometraggio animato di cinque minuti o del nostro film da $30 milioni?’ […] Era un po’ strano, la Disney era soddisfatta [di Vincent] ma nello stesso tempo se ne vergognava.”
Nel 1984, Tim Burton convince lo studio a produrre un altro cortometraggio, Frankenweenie, dove nei trenta minuti in bianco e nero viene raccontato l’archetipo del Prometeo moderno: il piccolo Victor Frankenstein riporta in vita il suo cucciolo Sparky, vittima di un tragico incidente stradale.
Il destino produttivo che incontrò Vincent due anni prima colpì nuovamente il lavoro di Burton, dopo che i dirigenti Disney assistettero a un test screening davanti a una platea di giovani spettatori: “Ricordo le urla dei bambini. Durante il test screening in certe parti i bimbi iniziarono a piangere.” Frankenweenie doveva essere proiettato prima di The Adventures of Pinocchio (1984) e nonostante fosse costato circa 1 milione di dollari, non ricevette l’approvazione dall’MPAA (Motion Picture Association of America) che la considerò una pellicola PG (Parental Guidance Suggested), troppo violenta per essere distribuita insieme al burattino di Collodi.

Tim Burton aveva vent’anni quando mise piede negli studi Disney di Burbank, California, era il 1978, quello strano ragazzo aveva scalato le mura per toccare con mano cosa si nasconde nella fabbrica dei sogni. Dopo le tante delusioni, cinque anni dopo, realizzò che quei sogni non corrispondevano ai suoi: “A quel punto ero stanco della Disney.“. Adesso non vedeva l’ora di uscire, fuori avrebbe trovato qualcuno pronto ad ascoltarlo.
Frankenweenie non fu apprezzato dal pubblico e dalla casa di produzione, ma destò l’interesse di un famoso attore che da pochi anni aveva riscosso successo con la sua serie televisiva per ragazzi: Pee-wee’s Playhouse.
Paul Reubens (il Pee-wee del titolo) propose Burton alla Warner per dirigere il primo lungometraggio intorno al mondo dello “strano uomo che si comporta come un bambino”. Il ragazzo di Burbank non si fa sfuggire l’occasione e a 27 anni abbandona la Disney, la sua casa-scuola, e firma per il suo primo lungometraggio.

Il ritorno in Disney dopo Edward e Bruce Wayne

Pee-wee’s Big Adventures ebbe un gran successo al botteghino, tale da spingere la Warner a credere in un progetto totalmente creato da Burton: Beetlejuice – Spiritello porcello. Il film superò le aspettative e per la Warner, Tim Burton, era diventato una sicurezza. Così, dal 1988 al 1992, vennero prodotti dalla WB e diretti da Burton Batman (1989), Edward mani di forbice (1990) e Batman – Il ritorno (1992), pellicole apprezzatissime sia dalla critica che dal pubblico.
Durante la produzione di Batman – Il ritorno, Burton si sentì pronto ad affrontare un nuovo progetto d’animazione che da tempo desiderava realizzare. L’idea era quella di riprendere un soggetto, ispirato a una sua poesia, scritto quando lavorava alla Disney. Come spiega lo stesso Burton nel libro Burton on Burton, in Disney (così come in tanti altri studi) vige una regola, ovvero tutto ciò che è ideato, scritto, disegnato, prodotto in Disney, rimane nelle mani della Disney.
Il giovane animatore weird, con belle idee ma poco adatte, nel frattempo era diventato Tim Burton, il regista più visionario di Hollywood; i dirigenti dello studio, appena saputo delle intenzioni del regista, non si fecero aspettare e presero al volo l’occasione per riportarlo “a casa” e per affermare nuovamente il loro primato nel cinema d’animazione.

Se da un lato, l’originalità di Nightmare Before Christmas (1993) risiedeva in una vicenda molto poco Disney e uno stile gotico e orrorifico, dall’altro, Burton, ebbe il coraggio di utilizzare una tecnica d’animazione molto poco sfruttata dal cinema americano: l’animazione in stop-motion, all’epoca, era esclusivamente utilizzata per gli effetti speciali dei film dal vero. Oltre ciò, è necessario sottolineare come quasi tutti i personaggi disegnati per Nightmare erano privi di occhi, andando contro la regola fondamentale dell’animazione ‘Eyes for Expression’: “Così, dopo aver disegnato tutte quelle volpi con i loro occhioni sdolcinati, era come se stessi attuando una piccola sovversione creando questi personaggi senza bulbi
Ora, visto i precedenti disastrosi, qualcuno si starà chiedendo, come mai la Disney accettò di distribuire una pellicola con contenuti così poco adatti al suo target?

La risposta non è solo da ricercare nella notorietà che Burton aveva raccolto in quegli anni ma, soprattutto, all’interno dello studio stesso.
La Disney era fortemente intenzionata ad allargare il suo pubblico e affermarsi all’interno del mercato dei film d’azione in live-action. Concentrò, per questo, le sue risorse nella produzione di film PG per adolescenti e adulti, come Tron (1982), che però riscossero un debole successo.
Il nome Disney era come un peso per queste nuove produzioni, visto che tale nome era diventato ormai sinonimo di film per famiglie. Poi, nel 1984 (giusto un anno dopo che Burton lasciò Disney) il CEO Ron Miller annunciò la creazione della Touchstone Films (diventata poi Touchstone Pictures) con l’obbiettivo di essere commercialmente rilevante nel mercato adult e young-adult, senza essere influenzati e senza macchiare il buon nome della famiglia Disney.
Nightmare Before Christmas uscì nelle sale americane il 29 Ottobre 1993 (in Italia più di un anno dopo) riscuotendo un immediato successo, con un guadagno netto di 58 milioni di dollari, oltre al grosso guadagno sul merchandising che continua tutt’oggi.
La risonanza commerciale del film permise a Burton di ricevere carta bianca per quello che sarebbe stato il suo sesto lungometraggio da regista e, forse, il più intimo e personale della sua carriera.

Il peggior regista del mondo

La vicenda produttiva che portò alla realizzazione di Ed Wood (1994) ebbe inizio da due studenti della University of Southern California, Larry Karaszweski e Scott Alexander, che avevano deciso di scrivere un film sulla vita del cosiddetto “peggior regista del mondo”.
Dopo aver scritto Piccola peste nel 1990 e il sequel Piccola peste torna a far danni, i due erano stanchi di essere considerati solo come autori di film per bambini e ripresero l’idea del biopic su Edward D. Wood Jr, proponendo il soggetto al loro ex collega d’università Michael Lehman.
Burton era molto interessato all’idea ma, essendo in trattativa per un altro progetto con la Columbia (il film Mary Reilly, ispirato a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde), si propose come produttore al fianco della sodale Denise Di Novi.
Quando la Columbia preferì Stephen Frears alla regia, Burton prese il timone e decise di dirigere lui stesso Ed Wood. Alla notizia il duo Karaszewski/Alexander riuscì a imbastire una sceneggiatura di 147 pagine in sei settimane, convincendo il regista di Burbank già dalla prima bozza.
Ci sono similitudini tra Ed e me“. Edward Wood, oltre a essere il tipico personaggio burtoniano, pittoresco e incompreso, è una sorta di alter-ego (interpretato, non a caso, dall’attore feticcio Johnny Depp), sia per la passione di Burton verso i B-movie (“Sono cresciuto amando Plan 9“) sia per quel profondo sentimento d’ammirazione che Ed Wood riserva a Bela Lugosi, nel quale si riflette il legame che Burton ha coltivato con il suo mito d’infanzia: “Divennero amici quando Bela era ormai troppo anziano, e pur non conoscendo a fondo il loro rapporto, riuscii a comprenderlo grazie alla mia esperienza con Vincent Price.

Inizialmente Ed Wood era in sviluppo presso la Columbia Pictures e Burton era piuttosto irremovibile su un aspetto non secondario: “Tu vuoi fare tutto quello che è necessario e giusto per il film, e questo film doveva essere girato in bianco e nero.”, condizione che pose in seria difficoltà Mark Canton, chairman di Columbia Pictures. Nell’aprile 1993, un mese prima delle riprese, dopo un braccio di ferro tra i due, Canton decise di rinunciare al progetto, facendo scatenare una contesa tra Warner, Paramount e Fox, tutte fortemente interessate. Burton pretendeva piena libertà creativa, così accettò l’unica offerta che gli garantiva carta bianca: non fu né Warner, né Paramount, né Fox ma la stessa Disney (ancora sotto il nome di Touchstone Pictures) a produrre Ed Wood.

Ed Wood uscì negli Stati Uniti nell’Ottobre 1994 ottenendo un’ottima accoglienza critica: il film s’aggiudicò due premi Oscar, miglior trucco e miglior attore non protagonista a Bela Lugosi (vincitore anche del Golden Globe).
Eppure, nonostante le recensioni favorevoli, Ed Wood rimane, nella carriera di Burton, come il suo primo vero fallimento al botteghino, riuscendo a guadagnare poco meno di $6 milioni: il rapporto tra Burton e la Disney era vicino a un’ennesima crisi.
Due anni dopo, nel 1996, ritornò a collaborare con Selick (regista di Nightmare Before Christmas), producendo James e la pesca gigante, ultima pellicola Disney prima di una lunga assenza dallo studio.
Dopo 14 anni, Tim Burton, ormai consacrato maestro, venne richiamato dalla Disney. Nel 2010, Alice in Wonderland divenne il dodicesimo miglior incasso della storia, dando avvio a un’intelligente strategia produttiva che ha portato – nove anni dopo – all’attesissimo remake live-action di Dumbo. Ma di questo e di altro vi parleremo nella seconda parte di questo articolo.

https://cinema.everyeye.it/articoli/speciale-il-lato-oscuro-delle-fiabe-1-rapporto-tra-tim-burton-disney-43089.html