Stanley Kubrick, 20 anni fa la morte dell’ultimo regista leggendario del Novecento

Francesco Bellu

Stanley Kubrick: sono passati 20 anni dalla morte di un genio. Il regista, che all’epoca stava ultimando Eyes wide shut, fu colpito da un infarto fulminante nella sua abitazione a Hertfordshire, nella campagna inglese. A distanza da quel 7 marzo 1999 rimane tutt’ora impossibile riassumere la sua parabola artistica. Se c’è un regista che più di altri ha saputo raccontare con una densità tale, spaziando nei generi più differenti, quello è proprio lui. Per molti critici è considerato il più grande di tutti e le sue opere sono rimaste come dei paradigmi strepitosi di un’arte che è riuscita a passare indenne le decadi, le mode, le idee, tanto da diventare patrimonio di tutti.

Il regista Stanley Kubrick sul set di 2001: Odissea nello spazio

Maniacale, visto con un alone quasi divino, Stanley Kubrick ha attraversato tutta la seconda metà del Novecento imprimendo alla Settima Arte una visione personale, bigger than life, in cui l’accuratezza tecnica correva di pari passo con una sterminata cultura letteraria e artistica, unita a una curiosità mai domata. Ebreo, nato nel Bronx di New York, prima di darsi al cinema, iniziò come fotografo per Look. I suoi scatti mostravano già di che pasta era fatto, poi a nel 1953 arrivò il primo film: Paura e desiderio. Lo rinnegò quasi subito e solo di recente è stato possibile rivederlo dopo un lungo processo di restauro. Lo definiva un “tentativo serio realizzato in modo maldestro”. Non lo era affatto in realtà. Il resto della sua filmografia comprende appena tredici film, ma capaci di cambiare e influenzare come nessun altro. Da Rapina a mano armata, il cui uso strepitoso del montaggio farà scuola negli anni a venire, a Orizzonti di gloria e Spartacus che segnarono la sua collaborazione con Kirk Douglas, ma anche la rottura definitiva con Hollywood. Stanley Kubrick si trasferì, infatti, in Gran Bretagna, dove vi rimase fino alla morte, pretendendo e ottenendo il più totale controllo sui suoi film. Il mito del Kubrick accentratore, fagocitatore, iper perfezionista ha qui le sue radici.

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Stanley Kubrick sul set di Barry Lyndon

La metà degli anni Sessanta porta i frutti più maturi: Lolita, Il dottor Stranamore e soprattutto 2001: Odissea nello spazio. L’opera è forse uno dei vertici di tutta la carriera di Stanley Kubrick per come reinventa il concetto stesso di fantascienza per andare a raccontare le origini e il senso dell’umanità. Una sinfonia filosofica tra le stelle che non cessa tutt’ora di affascinare e lasciare ammutoliti per la sua forza dirompente. Poi il salto dal buio siderale alle candele del secolo dei Lumi. Il passo è vertiginoso. Dietro c’è il sogno nel cassetto su Napoleone, mai concretizzato, che si ripiega sulle vicende dell’arrampicatore sociale Raymond Barry. Barry Lyndon è veramente ‘il Settecento’, un film che diventa esempio di un secolo, con le sue miserie imbellettate di ciprie e parrucche e le luci viste attraverso rivoluzionarie lenti della Nasa.

Una scena del film 2001: odissea nello spazio

Arancia meccanica e i suoi drughi segnano la fine di quel decennio, tra le polemiche per la violenza sulle note di ‘Ludovico Van’ e il ritiro dai cinema inglesi. Meglio perdersi nei corridoi dell’Overlook Hotel, magari sopra un triciclo, tra i fantasmi presi da Diane Arbus e le follie di un Jack Nicholson da antologia per Shining. Chiudono la parabola umana e registica due opere definitive: Full Metal Jacket, sulla disumanizzazione dell’uomo in guerra e il Traumnovelle di Eyes wide shut, in cui Tom Cruise e Nicole Kidman sono i contraltari per una digressione sul rapporto di coppia, i desideri repressi e la sessualità. Uscirà postumo, il 16 luglio del 1999, in un clima d’attesa spasmodica. Consegnando Kubrick e i suoi film alla leggenda.

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Cinecittà World
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