I villeggianti, la recensione: Valeria Bruni Tedeschi in vacanza con la sua famiglia ingombrante

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Il percorso artistico di Valeria Bruni Tedeschi sta assumendo la forma di una costante seduta di autoanalisi. L’attrice e regista racconta episodi e personaggi legati alla sua famiglia, trasfigurandoli senza troppo impegno dietro il filtro della finzione narrativa. Insultare velatamente il marito della sorella, l’unico in famiglia ad aver avuto “guai con la giustizia”, o dipingere l’ex compagno come un egoista fedifrago è sicuramente liberatorio (per l’autrice), ma a lungo andare il gioco rischia di stancare il pubblico. Come vi spiegheremo in questa recensione de I villeggianti.

I villeggianti si apre con l’abbandono di Anna (Valeria Bruni Tedeschi) da parte del compagno Luca (un Riccardo Scamarcio decisamente in forma nei panni del maschio egoista in fuga). La rottura avviene proprio mentre Anna sta per presentarsi davanti alla commissione che dovrà assegnargli i fondi per il suo nuovo film. Di che film si tratta? Ma naturalmente di un’opera autobiografica che racconta la malattia del fratello, morto di AIDS (Virginio, il vero fratello di Valeria e Carla Bruni è scomparso a 47 anni per via della malattia), che Anna vuole realizzare contro il volere della famiglia. In questo gioco di specchi realtà e finzione si mescolano incessantemente, tanto più che sul set la Bruni Tedeschi ha voluto la vera madre, la zia e la figlia adottiva. A stratificare ulteriormente la componente metacinematografica, oltre a Scamarcio nel film troviamo Valeria Golino, sua ex compagna di vita e socia, nei panni di una pseudo-Carla Bruni che passa il tempo a cantare e ballare vagando per le stanze dell’enorme villa estiva come una fatina poco leggiadra.

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Una commedia soffocata dal malessere

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La commedia è nelle corde di Valeria Bruni Tedeschi. Da attrice non ha bisogno di sforzarsi per risultare nevrotica, ossessiva, fragile tanto da spingere il pubblico a schierarsi dalla sua parte. Da regista ha il polso delle performance dei suoi colleghi e sa maneggiare i tempi comici. Lo si evince da alcune gustose sequenze, una su tutte il litigio tra Anna e Luca sulla banchina del treno di fronte a un esterrefatto controllore, scena che assume contorni slapstick in un crescendo esilarante. Purtroppo questi momenti sono troppo sporadici in un tessuto narrativo soffocato da una persistente malinconia, dal dramma latente che cova sottopelle.

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Anche i ricchi piangono. La famiglia di Anna sembra covare un male interiore, slegato dagli eventi esterni, che si autoalimenta di tedio. L’estate nella villa sulla Costa Azzurra si trascina con i personaggi quasi annichiliti dai propri ricordi o dalla vita stessa, intenti a ripetere giorno dopo giorno, ora dopo ora, gli stessi gesti. La madre che suona malinconica il pianoforte, la zia e gli altri familiari seduti intorno a tavolo, impegnati a rimembrare il passato con nostalgia, i bagni in mare, le serate in giardino. Mentre i padroni di casa sopportano il peso dell’esistenza, come paralizzati in un limbo, il personale domestico si rivela molto più vivace, concedendosi travolgenti relazioni sessuali e portando avanti il leitmotiv della lotta sindacale per regolamentare la paga dei weekend senza mai riuscirvi per via delle beghe personali dei padroni.

Autobiografia o morte

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A una lettura più superficiale, gli amanti del gossip si divertiranno a riconoscere nello scontroso personaggio di Riccardo Scamarcio Louis Garrel (l’elaborazione del lutto per la fine della loro relazione è il mattone su cui poggia l’intera costruzione de I villeggianti), nella sorella canterina interpretata da Valeria Golino una Carla Bruni decisamente meno sensuale e più svampita rispetto all’immagine pubblica che ne abbiamo e nel suo anziano marito – dettaglio che la regista ci tiene a non lasciar passare inosservato – l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy. D’altronde spiare in casa d’altri conserva un certo fascino.

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Ma il bailamme di gag, dialoghi, confessioni a cuore aperto, momenti di intimità, liti furibonde che costellano una pellicola libera e disorganica ha un sapore mortifero, decadente. E la morte è il tema conduttore che si declina in varie forme attraverso tutto il film. La morte intesa come fine della relazione tra Anna e Luca, la morte apparente – dell’amico di famiglia scomparso in mare per un’intera giornata, la morte del fratello, così presente tanto da far sentire alla Bruni Tedeschi il bisogno di porre il personaggio in forma corporea nella villa, intento ad aggirarsi tra i villeggianti come uno strano fantasma. E il finale felliniano, il film nel film avvolto nella nebbia in cui la coppia scoppiata si ricompone, ma solo per esigenze di copione sublima il lutto attraverso la mise en abyme. Vita e cinema si (con)fondono nell’ennesima autobiografia immaginaria di Valeria Bruni Tedeschi, troppo colta, troppo personale o forse troppo svagata per farsi apprezzare fino in fondo. La regista chiede un atto di fiducia al pubblico invitandolo a entrare nel suo mondo privato che molti percepiranno troppo d’elite per risultare interessante.

I villeggianti, la recensione: Valeria Bruni…

Valentina D’Amico

Redattore

Cinecittà World
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