Gloria Bell, la recensione: una “donna fantastica” per Julianne Moore

Julianne Moore Gloria Bell

Nel 2013 il regista cileno Sebastián Lelio, con la collaborazione dell’amico e collega Pablo Larraín, si faceva conoscere per la prima volta sulla scena festivaliera grazie al film Gloria, di cui oggi firma il remake, Gloria Bell. Il film, incentrato sulle disavventure di una matura donna divorziata di Santiago pronta a tuffarsi in una nuova storia, assumendosi tutti i rischi del caso. Da allora Lelio si è imposto come uno degli autori più interessanti del panorama sudamericano grazie a Una donna fantastica, premiato con l’Oscar come miglior film straniero del 2017, e ha diretto la sua prima pellicola in lingua inglese, il melodramma saffico Disobedience. Per la sua seconda produzione internazionale, Lelio ha accettato invece di realizzare un remake del suo stesso Gloria, affidandosi a un’attrice del calibro di Julianne Moore: nella nostra recensione di Gloria Bell analizzeremo pertanto il valore di un’operazione del genere, che mantiene un’estrema fedeltà rispetto al film originale di cinque anni prima.

But you really don’t remember/ Was it something that they said?/ Are the voices in your head calling, Gloria?

La nuova Gloria di Julianne Moore

Gloria Bell vive da sola in un appartamento di Los Angeles, con un rumoroso vicino che la sveglia in piena notte e un gatto che le si introduce di soppiatto dentro casa. Dietro le ampie lenti degli occhiali ha uno sguardo luminoso ed espressivo, sempre aperto con curiosità sul mondo che la circonda e sulle persone che attraversano la sua vita. Lavora in un ufficio, ascoltando con amichevole complicità gli sfoghi della collega Melinda (l’ex musa fassbinderiana Barbara Sukowa); gestisce con paziente benevolenza i figli Peter (Michael Cera) ed Anne (Caren Pistorius), sempre pronta a sostentere le loro scelte familiari da “giovani adulti”; e trascorre molte serate in un night club per single di mezza età, senza timore di lanciarsi in pista sulle note di intramontabili evergreen della disco degli anni Settanta.

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La musica, del resto, è una componente importante nella definizione della protagonista, così come lo era nel film del 2013 (ma stavolta Lelio può ‘arricchire’ la propria playlist): in numerose sequenze di raccordo fra i vari momenti della sua giornata, la Gloria di Julianne Moore è ripresa al volante con l’autoradio accesa, mentre intona successi d’annata come A Little More Love di Olivia Newton-John e All Out of Love degli Air Supply. Il vitalismo di Gloria Bell è un tratto distintivo di un personaggio alla ricerca di emozioni in ogni tappa della propria routine, con una lievità che però non è mai sinonimo di frivolezza; e l’interpretazione di Julianne Moore, rispetto a quella di Paulina García, le conferisce maggiori sfumature comiche e un più accentuato carisma, pur senza tradirne la natura di “donna ordinaria” alle prese con insicurezze e delusioni.

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In cerca d’amore

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Insicurezze e delusioni che si manifesteranno in seguito all’incontro con Arnold (John Turturro), con il quale scatta un’immediata attrazione, ma anche una progressiva tenerezza reciproca. Arnold, gentile ed affabile, porta una nuova luce nell’esistenza di Gloria, e Sebastián Lelio si conferma abilissimo nel descrivere le dinamiche interpersonali con scrupoloso realismo, giocando sui dettagli, i piccoli gesti e i nervosismi malcelati: si veda la macrosequenza della cena in cui Gloria introduce Arnold ai propri parenti, in una mescolanza di eccitazione, imbarazzo, euforia forzata e improvvisa amarezza. Un saliscendi emotivo che spingerà Gloria ad abbandonare la prudenza e a rimettersi in gioco ancora una volta, con una trasferta a Las Vegas in cui darà sfogo al proprio lato più spigliato e sensuale.

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È la sezione narrativa in cui i colori della realtà si trasfigurano nelle tinte lisergiche di una fantasia romantica, con la fotografia di Natasha Braier (The Neon Demon) che contribuisce a rendere il microcosmo di Las Vegas perfino più straniante e artificioso. Un necessario e doloroso punto di rottura, che consente alla Moore di calarsi ancora più a fondo nei meandri sentimentali di questa caparbia, imperfetta, deliziosa eroina che si guadagna via via la nostra completa partecipazione. E come non ammirarla, del resto, durante la sua orgogliosa ‘rivincita’, accompagnata dalla voce ruggente di Bonnie Tyler sulla melodia di Total Eclipse of the Heart, la power ballad per antonomasia, forse mai impiegata prima d’ora al cinema in maniera altrettanto sopraffina?

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Lei balla da sola

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Ma nella tracklist di Gloria Bell c’è un’altra gigantesca hit anni 80, un brano che – dato il titolo – non poteva davvero mancare: la versione inglese di Gloria di Laura Branigan, veicolo di una delle scene musicali più memorabili del cinema recente. L’occasione è una festa di nozze, Gloria ha mandato giù l’ennesimo boccone amaro ma ha trovato pure il coraggio di rialzarsi. L’atmosfera conviviale e chiassosa sembra accentuare il suo senso di solitudine, gli inviti a danzare vengono declinati: ma quella canzone, quei versi che paiono farle da monito (“I think you’re headed for a breakdown/ So be careful not to show it“), sono un richiamo a cui non si può resistere. E così eccola di nuovo in pista, mentre si lascia travolgere dalla musica, in un ballo al contempo malinconico, gioioso e, soprattutto, straordinariamente liberatorio.

Stefano Lo Verme

Redattore

Cinecittà World
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