Budapest, la recensione del film originale Netflix

Vincent e Arnaud, amici di vecchia data, sono stanchi dei rispettivi lavori e sognano di cambiare le loro vite. Dopo aver trascorso una notte di eccessi per l’addio al celibato di un collega, e aver scoperto tramite una stripper di mezz’età, originaria dell’Ungheria, delle info sulle condizioni economiche a loro potenzialmente favorevoli in quel di Budapest, i due uomini hanno una folle idea: abbandonare il posto fisso per fondare una società specializzata nell’organizzazione di feste esclusive per soli uomini prossimi a compiere il grande passo.
Con l’aiuto di un connazionale già in loco da anni, e sposato con una escort locale, i protagonisti aprono così l’agenzia e imbastiscono l’esclusivo programma che sarà sottoposto ai clienti: oltre alle splendide ragazze “noleggiate” per l’occasione, vi sarà anche un’escursione in campagna per utilizzare svariate armi da fuoco.
Dopo il primo incarico che non va come previsto, il nome della società si diffonde anche in patria garantendo guadagni sempre maggiori, ma la costante presenza di sexy prostitute rischia di mandare a monte il rapporto dei gestori con le rispettive compagne.

Mal di trasferta

Che il talento di Xavier Gens si fosse parzialmente esaurito nel corso degli anni, in seguito all’esordio cult di Frontiers – Ai confini dell’inferno (2007), pietra miliare dell’horror francese moderno, era già stato reso palese dal recente Crucifixion – Il male è stato invocato (2017), uscito da poche settimane anche nelle sale nostrane. Ma che il regista d’Oltralpe potesse cimentarsi in una commedia demenziale sulla falsa riga di Una notte da leoni era davvero al di fuori di ogni ipotesi logica. Il risultato, com’era lecito aspettarsi, non aspira a null’altro che a un mero divertimento trash con il sesso a buon mercato e la goliardia spicciola che dominano i cento minuti di visione, infarciti di luoghi comuni nella gestione dei rapporti interpersonali e nella piega che prenderanno ben presto gli eventi – destinati contro ogni difficoltà a condurre al prevedibile e stonato lieto fine.
Budapest è ambientato nell’omonima capitale ungherese dove l’alcool, la droga e la prostituzione sembrano, a quanto qui narrato, la maggior attrazione della città: non sarebbe del tutto improprio da parte della città est-europea criticare la produzione, visto che delle bellezze turistiche non si intravede pressoché nulla.

Alla fiera del trash

Anche al netto della facile ironia critica, rimangono evidenti i limiti di una narrazione (ispirata a una storia vera, come ci informano i titoli iniziali) e relativa messa in scena che si risolvono in un paio di eventi chiave allungati all’eccesso per arrivare alla categorizzazione di lungometraggio. Budapest strizza l’occhio a un’altra commedia francese, assai più riuscita, quale Alibi.com (2017) e ne trasporta alcuni elementi in comune all’interno di un contesto più spinto e grottesco. Ma anche nelle scene più osé, tra feste in maschera dove girano sostanze di ogni tipo e ragazze svestite incuranti delle loro nudità, l’erotismo si rivela un grande assente, con l’esibizione del gratuito che priva di qualsiasi potenziale sensualità le dinamiche più torbide e incanala il tutto su una comicità di grana grossa.
Se una manciata di sequenze divertenti fanno capolino (il tentativo di suicidio nel finale possiede un paio di scambi di battute effettivamente esilaranti), a mancare è un’idea di insieme che tenga uniti i pezzi del puzzle, qui accatastati alla rinfusa in un ibrido che, tra inutili soluzioni visive (dagli sms che compaiono in sovrimpressione ai protagonisti che “scrivono” sullo schermo) e una recitazione troppo carica e sopra le righe, si trascina stancamente fino all’epilogo, con un parziale quanto superfluo colpo di scena durante i titoli di coda.

https://cinema.everyeye.it/articoli/recensione-budapest-del-film-originale-netflix-42953.html